stavo soffocando, e mi sarei gettato addosso al primo che passava.
stavo soffocando perchè non era più aprile, e perciò niente compatimento per kavafis,
ora, oslo invidia:
nella casualità (predestinata dell'alcool)
mi ero incagliato nella ireale fisicità della materia,ed ovviamente non avevo
provato nessun senso di colpa:
nemmeno un poco di vergogna.
nella deflorazione di questa innocente gazzella.
che subito dopo ho chiamato ganimede senza testa,
come quell'esemplare conservato in un museo di napoli.
e che venne un mese dopo a visitarmi in sogno per accompagarmi per un tratto di strada,
in un edificio che non conosceva neanche lui.
questo ganimede decapitato, con la sua cattolicità ridicola, mi fece molto ridere,
con la sua incapacità di ribellarsi ai comandi della sua classe, che io non riesco nemmeno a concepire:
non lo dimenticai, ma lui mni rimosse,
e così finii per avere io stesso troppa importanza e anche ora evito di guardarlo negli occhi:
si è trovato una volta di più vicino a me,
io recito una parte molto strana con lui,
ho una voce perfettamente civile,e lo saluto normalmente,
mentre con tutti gli altri faccio il mostro,
faccio "buh", non dico mica ciao,
non sono mica uno schifoso membro normale.
un mese dopo, dunque, stavo soffocando:
perchè la solitudine di cui parla pasolini,
per sopportare la quale basta essere molto forti,
è una solitudine vera ma non fisica:
per sopportare sia la solitudine vera che la fisica,
serve molta più forza di quella che potrebbe generare il sole in mille anni di attività.
era passato un mese, e per un altro mese non feci altro che soffocare.
il cielo era grigio e io mi sentivo infinitamente più concreto di tutto ciò
che mi circondava:
ma un mese è un soffio, non i scomodo a guardarlo passare.
fatto sta che stavo per soffocare:
tiravo il fiato progettando irreali prospettive di morte
con partner che non sarebbero potuti essere che morti.
c'è scandalo in questo? non c'è scandalo,
e la mia purezza venne meno soltanto in sogno:
le cispe dell'irrealtà mi ricorpirono gli occhi,
se potei finire col pensare che la salvezza sarebbe venuta,
non già, dalla perdizione, ma dall'annichilimento annichilisto,
e non nichilista. In tanta oscurità
vidi un'ombra di luce e la guardai.
stavo lì a fissare il suo vibrare muto quando il rovo
si mise a parlare.
mi ricordò la verità delle statue
che sono così concrete da non essere mai nate:
si credono felici e libere, non sono neanche vive.
questa epifania mi precipitò in un furore mistico di
fanatismo religioso, in cui vedevo mondi al centro della poesia
e rivelazioni in fondo ad ogni pozzo:
ma poi, naturalmente, nel bel mezzo del mio pellegrinaggio
verso la terra promessa,
dalla cima del monte che guarda isreale,
mi resi conto che quella terra era uguale a tutte le altre terre,
e che anche lì c'erano le solite assurde ingombranti
inutili terrificanti orribili fabbriche,
a due passi dalle ville seicentesche e dalle chiese con le facciate sceniche
sopra delle architetture leggermente troppo spoglie.
E così ora non sto soffocando e ho già smesso di avere l'aria dell'altro universo,
che non è mai esistito, e non può nemmeno essere creato:
torno a rifugiarmi nel sogno perchè non ne sono mai uscito.
ed ovviamente, sono ancora solo, come sono sempre stato
"e sono destinato ad essere": l'istante in cui mi sono sentito meglio era in questa strada proivinciale dritta dritta davanti a me e nessun anima umana in vista,solo i piloni dell'alta tensione festanti coi loro festoni di cavi.
solo: di che mi posso lamentare?
post-face:
non saprei compiere una sola azione,
i miei gesti non sono pragma, ma rito.
la gente questo non lo può capire,
mi assimila al suo lato peggiore.
compio riti come medea che sparge sangue sui campi:
è incredibile che qualcuno possa morire,
se getto pezzi di carne sarò certo una visione divina,
quella in cui sto danzando.
e così, i riti mi cambiano ma non sono capibili dagli altri,
che hanno una religione ben diversa,quella dei frigoriferi.
Tiresia è cieco. tiresia è cieco.
Ed io gordon comstock, vecchio dalle vizze mammelle,
non farò fiorire l'aspidistra.
tiresia è cieco per poter vedere il futuro:
farà poi diventare cieco anche edipo,
che tale diventa non appena diviene cosciente del passato.
Io son tiresia e non mi ricordo più del passato:
io sono l'ultima erinni in un mondo
di membri normali e eumenidi,
non ci sono più neanche i leaders, comanda solo il Potere,
che ormai è impersonale, per fingersi divino e quindi diventarlo.
Sono l'ultima erinni: e vendico i torti da loro subiti,
ma non li uccido,
non mi lascerò trasformare in hitler:
non voglio rendergli un così grande servigio.
non agisco e mi limito a mostrare la mia essenza,
non ce la si passa poi tanto male,
unici vivi in un mondo di statue:
sempre meglio che statue.
Le erinni devono urlare, avere i capelli molto spettinati,
proferire parole vere e inudibili,
inudibili perchè vere.
io prendo su di me, festante, il compito di erinni,
non quello di vendicatrice:
nato erinni, taccio e non fingo,
non fingo più da mesi e mesi,
e sono così giovane da essere anche un angelo, ma
questo non lo dico a nessuno, e la smetterò presto:
dispiegherò le mie ali e procedendo in alto,
in alto, giungerò alla superficie della terra.
Anche io sono un uomo,
certo, me ne dimentico molto spesso:
lotto contro ogni ascesso di umanità, però,
sono umile proprio come prescriveva dante:
sogno che qualcuno mi frusti,
anche se in verità i miei sogni erotici sono castissimi,
o al più letterari.
sbando a causa della vastità del mio procedere,
ma non perdo la rotta,
ed ovviamente la mia biga non ha solo due cavalli:
non sono nemmeno un tagliacarte,però,
e ovviamente non sono stato progettato per niente,
non sono stato progettato per questo niente,
sono il mio unico dio,
non compio azioni ma compio riti,
a sacralizzarmi, invulnerabile all'imprecisione del mondo.
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