mercoledì 25 novembre 2009
con il cervello tutto nelle mani:
arrivò kupo ad urlare sotto voce,
ma sempre ugualmente feroce,
ridendo: "che secolodi umani!"

e che secolo di inani,
tristemente privo della sua croce,
nel silenzio eternamente atroce:
padroni invocati dai cani.

9.e insieme, che secolo disumano,
10. dei mille cristi limitatissimo
11 lo spazio appen sovra il corpo--nero

12Se tutto è completamente vano,
13 il mondo oscuro,disperatissimo,
14 l'unico e il solo che sia vero.

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posted by arturo_arcobaleno at 22:23 | 0 comments
quelli che nel '63 erano solo erinni,
adesso vorrebbero essere subito mercificati:
ma non si diventa eumenidi se non si ahnno avuto,
nel passato, almeno una volta,
i capelli irti di serpenti.

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posted by arturo_arcobaleno at 19:58 | 0 comments
tra 5 minuti si va in scena

e tutti i igesti inconsulti e inconvulti
della gente che agisce pensando ad altro.



finale: "aprite il sipario" si chiude.

i costumi di scena i costumi di una commedia in costume
-che non si terrà mai-

e intanto, la gente parla con immenso candore,
è in ansia perchè sarà giudicata,
è in ansia ma ovviamente per il dopo:
c'è un abisso che non si realizzerà mai.

c'è gente molto diversa che si uniformerà soltanto poi, dopo l'apertura di quel
sipario inesistente:
intanto, c'è gente dialettica e gente che non parla per altri mezzi
che per citazioni,
chi si siede come su un trono
e chi si rannicchia a terra.
chi gioca con la scenografia,

con moti privi di senso
"andate fuori"
tutti fuori
"no,c'è un bus bloccato nel traffico,
si posticipa di trenta minuti"
e gli attori che riemergono dalle
fogne per dibattere sul futuro,
sul trapassato, su dublino.
sulla caduta del muro e su mago merlino.

dal mio punto di vista sarebbe una commedia sul nulla,
ovviamente beckettiana, ma il nulla
invece sarebbe lucente, e quindi mio:
non so se sbaglino quei comuni
mortali a credere tanto interessante
il loro niente (ma magari era questa la catarsi?)

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posted by arturo_arcobaleno at 18:51 | 0 comments
sabato 21 novembre 2009
che poi, è il contrario.
è proprio la luna vista dalla terra.
è tutto l'altrove che è per me terra vista dalla luna:
e cioè nichilismo applicato,
nichilismo reale.

vedo il mondo come se fossi uslla luna:
qua, invece, sto sul mondo:
ma gaurdo solo la luna.
 
posted by arturo_arcobaleno at 17:47 | 0 comments
lunedì 16 novembre 2009
"Tutto il mondo è il mio corpo insepolto.
Atollo sbriciolato
dalle percosse dei grani azzurri del mare."
("con il rumore del mare che non fa pensare".)
In questi versi si vede come l'esistenza sia,
in ogni caso, qualcosa di concreto, come sia dura
la lotta di resistenza attuata dal singolo per difendersi
da ciò che non può essere altro che la vita.
L'acqua è invece "ottusa", non capisce, non pensa,
ma agisce. Lentamente corrode tutto ciò
che le si oppone, ed è questa lenta costanza ad impressionare,
senza nessuna fretta,con estrema ripetitività,
senza un fine e con una misteriosa energia rinnovantesi in eterno.

il tema comune ai testi è la precarietà dell'esistenza,
il continuo attacco a cui è sottoposta la vita,
con ondate e ondate consecutive che sconquassano
la stabilità che invece è solo un soffio.
La stabilità è una convenzione inventata per facilitare
la quotidianità, ma non esiste per davvero:
ci sono giorni uguali agli altri, ma la storia è un susseguirsi
di svolte,solo gli eremiti sono dispensati dal continuo cambiamento.
Il divenire distrugge il passato e crea un futuro tutto nuovo,
distruba i progetti, distrugge la quiete, fa spesso sì
che chi pensava d'essere arrivato debba ricominciare
tutto dall'inizio: La caduta dell'impero persiano,
quello romano, o della Lehman-brothers
sono catastrofi molto diverse
ma ugualmente sconvolgenti.

Ci sono le foglie che cadono,
e si spiegano da sole,
c'è poi l'erba che scolora,
e sembra fragile anche all'apice
del ciclo vitale.
Perchè per ultimo, invece, viene il mare
e c'è lo scoglio?
Il mare è sempre lo stesso, cambia per retsare uguale.
Lo scoglio resiste molto a lungo,
serve una vita intera per vederlo cambiare.

Guardando il mare che si infrange sugli scogli
non ho mai pensato alla loro fragilità.
Non sembrano fragili:in questi testi l'attenzione si concentra
sugli scogli levigati dall'acqua
e sull'acqua sconquassata vanamente.
È questo ciò che colpisce l'immaginazione,
l'acqua continua in eterno ad avanzare e ritirarsi
senza ottenere mai nessun risultato concreto.
Allo stesso modo per Orazio
i cicli si chiudono e si riaprono senza un perchè.
"È questo l'ultimo inverno?" ce ne saranno ancora?
In definitiva, che differenza fa?
Quale è il senso nascosto dell'esistenza?
Per Orazio il mistero non può essere risolto.

Il mare è il luogo privo di stabilità per eccellenza:
eternamente movimentato, in esso non si hanno punti fermi,
solo i santi sono capaci di camminare sulle acque.
Gli uomini temono il mare aperto per la sua vastità,
per la difficoltà ad orientarsi lontani dalla costa,
per la profondità dell'abisso.
La terra può essere lavorata, antropizzata,
le colline possono essere terrazzate,
le paludi possono essere rese soleggiate campagne:
il mare conserva in eterno la sua selvaggia naturalezza e la sua
vastità così più grande dell'uomo.



Ciò che colpisce l'immaginazione nella vicenza di Edipo è senza dubbio
l'imperscrutabilità del suo destino.
Egli è una vittima del caso,
anche se la trama della sua storia è intrecciatissima
e piena di coincidenze, non si capisce
per quale scopo qualcuno avrebbe dovuto tracciare per lui innocente
un simile percorso vanamente doloroso.
Anche i mali si infrangono su Edipo
che, squassato, colpito, ferito,
resiste, reagisce, si difende.
L'atteggiamento di Edipo non è però da tutti,
questa sua resistenza denota un animo eroico,
guerriero, tenace. Scogli di una roccia men dura
si sarebbero certamente fatti erodere molto. Tantro più ammirevole
è questa sua resistenza se la sua fine e quella dei deboli sarà in fondo la stessa.

Holderlin mette l'accento sulla vanità della vita,
la fragilità dell'uomo. La sua, di metafora,
potrebbe essere sostituita da quella sulla fragilità delle foglie.
C'è la parola "incerto" che torna a ribadire la mancanza
di stabilità del singolo e del genere umano.
Ed è alla cieca che gli uomini cadono,
senza riuscire a capire perchè nascono e perchè muoiono,
pare quasi che gli unici essere senzienti abbiano
in realtà la stessa consapevolezza delle onde del mare,
che sia casuale e totalmente privo di importanza
il loro infrangersi sugli scogli.

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posted by arturo_arcobaleno at 16:04 | 0 comments
domenica 15 novembre 2009
poetica pioggia
freddo gradevole
oscurità sincera.

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posted by arturo_arcobaleno at 21:43 | 0 comments
mattino bianco
la nebbia avvolge tutto,
mi s'avvicina

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posted by arturo_arcobaleno at 09:07 | 0 comments
venerdì 13 novembre 2009
si può vivere
anche solo
di topoi

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posted by arturo_arcobaleno at 19:07 | 0 comments
domenica 8 novembre 2009
Ad agosto ho comprato "Lo spleen di Parigi" di Charles Baudelaire.
"Lo straniero" è stato uno di quei cinque o sei testi che
mi si sono impressi in testa con forza fuori dal comune.
Vedendo il testo scaraventato in mezzo a queste altre citazioni
ho però capito una cosa: Baudelaire non parla di uno straniero,
non parla semplicemente di uno straniero:
semmai parla di un apolide. Oppure di un extraterrestre (un alieno, appunto).

lo straniero di Baudelaire non è semplicemente
distante dal modo di vivere francese,
è distante dal resto della popolazione mondiale.
Non è un canadese, un russo, un romeno:
è privo di patria. È un apolide,tagliato fuori da qualsiasi
comunità. C'è una grande differenza
tr achi appartiene ad una comunità diversa
da quella di un determinato paese,
e chi invece appartiene a una minoranza etnica:
un caso eblematico sono gli ebrei, o gli zingari.
quelli che "Himmler definiì una volta per tutte
vite non degne di essere vissute".
È stato detto che la colpa degli ebrei era il deicidio,
ma la Shoah non sembra essere stata inventata per punire questa colpa:
è molto più probabile che la colpa che unì ebrei zingari ed omosessuali
neio campi di sterminio fosse la diversità.


la parola
straniero significa semplicemente estraneo,
ma richiama anche il termine
"strano":
in letteratura la stranezza è forza.
Si parla spesso di "motore dell'azione":
io penso che le trame usino invece
l'energia del vento,
a far muovere tutto sono le differenze di pressione
e densità tra una zona e l'altra
del cielo, della storia, le differenze tra un personaggio e l'altro.
Un esempio assai significativo è l'ingenuo di Voltaire.
Gli occhi totalmente nuovi di questo selvaggio
danno anche a noi la possibilità
di vedere, per una volta, il mondo solito come estraneo,
e non più necessario. Vediamo per la prima volta
come
siano assurde certe convenzioni. Perchè i preti indossano
la gonna? Perchè Dio parla più
a certe persone che ad altre? Perchè ci sono posate
diverse per la carne o per il pesce?
Ci troviamo in un mondo delle meraviglie e alla fin fine
ci accorgiamo che quello solito non è molto diverso.
Candido viaggia in lungo e in largo
per il mondo e ci trova sempre lo stesso orrore:
non si è mai visto un Paese pacifico,
ci approda per caso ma non ci resiste a lungo.

kerouac va in messico per trovare sè stesso.
mishima sogni altri mondi.

Pessoa afferma che "solo il mare degli altri paesi è bello".
Questo ci fa capire come ogni paese straniero ridiventi
solito ed ordinario se conosciuto a fondo:
la bellezza e la Giustizia sono sempre oltre l'orizzonte:
sarebbe questa la vera estraneità,m a per essa sarebbe
forse meglio rivolgersi agli alieni,
non bastno le peculiarità dei cileni.

nell'età della ragione i russi ci parlano un po' di noi.

l'otello è il moro di venezia.

in moby dick riemerge il tema del buon selvaggio.

edipo a colono trova una nuova patria.

Buzzati ci presenta un deserto vuoto,
e decine di soldati che sperano in stranieri che lo popolino:
Drogo fa lo stesso ragionamento di Kostantino Kavafis,
invocando l'arrivo dei barbari perchè "quegli uomini, erano una soluzione".
"aspettavamo tutti i barbari di kavafis\ma essi non sono arrivati":
quando la società è in crisi spera nell'arrivo di sangue nuovo
che possa ridare linfa all'impero dissanguato,
l'altro da sè diventa quasi un rappresentante,
sacro, della diversità biologica:
i discendenti delle famiglie nobili,
dall'ottocento, in letteratura, sono tutti pallidi e malaticci.

"hanno deciso che i Negri sono come i Bianchi
(ma forse non anche i Bianchi come i Negri).

Emil Cioran chiama se stesso "apolide metafisico"
Pasolini "apolide che cerca di naturalizzarsi ebreo".
Marcuse dice che saranno forse solo gli abitanti
del terzo mondo a poter salvare il primo:
denunciando con la loro potente e inascoltata voce
le brutture del sistema capitalistico così ocme lo conosciamo.

Il poeta è uno straniero in patria.
Come si vede dalle traccie proposteci dal ministero,
nei secoli la figura dello straniero
è stata vista in modi molto diversi.
In particolare è possibile notare come durante periodi dolorosi quali la peste,
o la seconda guerra mondiale,
la comunità tenda a chiudersi,
mentre con "la purezza dei greci", con la incredibile apertura mentale di Baudelaire,
chi è diverso viene accolto, interpellato, ascoltato.

l'estratto di Walcotto m'ha fatto tornare in mente il romanzo di Jonathan Swift:
proiettati in un mondo straniero quello che conta
è un punto di vista differente verso la vita.

hanno deciso che i neri sono come i bianchi
(ma che forse non anche i Bianchi come i Negri)

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posted by arturo_arcobaleno at 09:55 | 0 comments
lunedì 2 novembre 2009
gli obbedienti onagri
vedono la pioggia
e non il mondo dietro.

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posted by arturo_arcobaleno at 10:03 | 0 comments
novembre,
fotografo la pioggia,
e i fili elettrici.

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posted by arturo_arcobaleno at 10:03 | 0 comments
fuori piove,
io son perfettamente
arido.

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posted by arturo_arcobaleno at 09:58 | 0 comments
domenica 1 novembre 2009
siam tutti morti,
buon proseguimento
di serata-a!.

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posted by arturo_arcobaleno at 23:42 | 0 comments
il mondo è un buco col vuoto intorno

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posted by arturo_arcobaleno at 21:42 | 0 comments